Il Messaggero 12.11.2007

Desolante lo stato in cui versa la stazione.
Lungo i sentieri è possibile trovare ogni genere di rifiuti

Quattro passi tra il degrado

A Pian de Rosce piatti, bottiglie e cartacce: resti di bivacchi abbandonati da mesi

”Una persona è l’effetto dell’ambiente che lo circonda”, dice un certo Run Hubbard, scrittore e fondatore di “Scientology. ”Oppure – ha detto sempre Hubbard – è capace di avere effetto
sull’ambiente che lo circonda”. Se per ambiente intendesse la natura, potremmo dire che di questo ce ne siamo accorti in maniera tangibile facendo una passeggiata tra lo scempio, pardon, il verde di Terminillo, in particolare a Pian de Rosce (vedi servizio fotografico). Qualche giorno fa, durante una splendida giornata di sole ci dirigiamo verso la montagna reatina. All’altezza di Pian de Rosce facciamo una sosta. Entriamo nel classico prato, dove l’estate centinaia di reatini vanno a ritoccare l’abbronzatura: davanti a noi inizia a manifestarsi uno scenario bruttino (il resto sarà disarmante). L’erba è piena di piatti, bicchieri e posate di plastica; buste della spesa vuote, carta stagnola stropicciata e avanzi di cibo ai lati delle recinzioni. Fin qui, abituati spesso, purtroppo, a vedere questo spettacolo, niente di strano. Passiamo oltre e andiamo verso la fontana che si trova alla fine del campo, proprio dove inizia il bosco. L’acqua che esce viene inizialmente accolta da due vasche da bagno arrugginite, scrostate, marroni e colme di rami e foglie secche. Anche fin qui tutto, si fa per dire, normale. Dopo una bella bevuta d’acqua andiamo verso il bagno pubblico che si trova vicino alla fontana. Neanche due passi e rimaniamo di sasso. Non per via della fanghiglia che è ovunque, ma per la desolante “fotografia” che ci si presenta dinanzi. La struttura è distrutta. I vetri sono spaccati, i muri bucati, all’interno ci sono cumuli di mondezza. C’è puzza dappertutto a causa degli escrementi. E le porte? Gettate in mezzo al bosco, tra le foglie secche che in questi giorni, cadendo, ricoprono un mare di schifo. Ai lati di una porta staccata, ci sono due siringhe usate: sopra c’era scritto “Ico, made in Italy”. Pochi metri più in là possiamo continuare con la lista delle cose “dimenticate” non si sa da chi: bottiglie di plastica, contenitori di ammoniaca e per proseguire, assorbenti. Anche loro, come le siringhe, rigorosamente usati. Sopra un grosso masso ci sono posizionate delle bottiglie spaccate di vetro. Contenevano del vino bianco: l’etichetta riportava la scritta “Grechetto di Orvieto”. Probabilmente sono state usate come bersaglio, visto che poco più in là ci sono bossoli di cartucce da caccia ed escrementi di cani. Via anche da lì, verso la strada. Camminando troviamo due sacchi blu della spazzatura lasciati intorno ad un cassonetto dell’immondizia che avrà 40anni. E’ vicino ad un albero, dove è inchiodato un segnale stradale che vieta il passaggio a moto e auto al di fuori del sentiero. Quel tipo di cartellosi vede ormai solo nei film italiani anni ’60. A Terminillo, purtroppo, siamo rimasti indietro.

di VALENTINO ROSSETTI

 

Fonte: www.ilmessaggero.it

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